mercoledì 29 dicembre 2010

Dove finiranno i giornalisti?

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) denuncia i tagli all'editoria. Secondo molti arrivano con il pretesto dei tagli per far tacere tante testate scomode, il colpo mortale ad un settore, quello della carta stampata, che assicura molto più pluralismo della televisione. Sono a rischio 4.000 posti di lavoro e oltre 90 testate giornalistiche, i fondi erano stati inseriti nella Legge di Stabilità per poi essere ritolti nel milleproroghe dei giorni scorsi per permettere il finanziamento del 5 per mille. Con la mano destra si dà con la sinistra si toglie.

Ad essere colpiti sono i giornali non profit, di partito, cooperative e emittenti radiotelevisive locali che vedono svanire quasi 100 milioni di euro, 50 per le testate, 45 a sostegno dell’emittenza locale, e 5 per i giornali editi e diffusi all’estero.

La storia dei tagli all'editoria è una telenovela che dura da anni, sembra più una guerra di bassa intensità che un colpo di scure, quasi una guerra psicologica contro quello spicchio di informazione (in parte) meno assoggettabile. In parte, perchè nel groviglio di giornali "no profit" ci sono anche gli amici di chi esercita in questa fase storica il potere, compreso Libero che prende molti milioni di euro l'anno per esprimere il giornalismo che esprime. Di soldi pubblici, ossia di tutti.

L'interrogativo è il seguente: 4000 giornalisti sono una parte cospicua di tutti quelli che ci sono in Italia, dove andranno a finire? E soprattutto: dove andrà a finire il giornalismo?

mercoledì 22 dicembre 2010

Mille giochi di prestigio

Il decreto "milleproroghe" di cui tanto si parla in queste ore è una specie di giochino ad incastri. Alcuni ministri si divertono perchè vincono, altri un po' meno perchè per loro non c'è spazio. Ancora meno si diverte chi, senza troppa chiarezza tra l'altro, vede apparire e sparire i soldi per questo o quel settore. Sembra un gigantesco mercanteggiamento: ti do il 5 per mille ma mi presti l'ambiente, no l'ambiente no, ma mi proroghi le case fantasma. Ok, però non l'euro in più al cinema che già mi odiano abbastanza.

Il partito del fare (giochi di prestigio) ha la tensione alle stelle. Il momento della spartizione della torta ha una valenza elettorale enorme, e visti i tempi è bene raschiare quello che rimane nel barile come la politica di ogni schieramento ci ha abituati a fare.

Fra i due di picche di questo circo c'è l'editoria, o forse così sembra visto che le bocce non sono ancora ferme. Nelle pieghe del decreto sono spariti 95 milioni di euro che sarebbero stati già assegnati al sostegno all'editoria dalla legge di stabilità.

In particolare, viene dimezzato, da 100 a 50 milioni, il sostegno per il 2011 all'editoria che nella legge di stabilità era stato inserito in attesa dell'attuazione del nuovo regolamento sull'editoria. Altri 45 sono stati defalcati dal fondi per l'emittenza televisiva locale e dalle radio nazionali e locali. Quello che la Finanziaria aveva concesso con la mano destra è stato tolto con quella sinistra del milleproroghe a somma zero.

Strano che a rimetterci sia proprio l'informazione, no?

lunedì 20 dicembre 2010

Alla faccia del forum

Viva la partecipazione. Su molti giornali in questi giorni è apparsa la notizia della costituzione del Forum italiano nucleare, uno spazio pubblico di discussione sulla possibilità di riaprire le centrali nucleari in Italia. In realtà è un'operazione di marketing ideata e realizzata dall'Agenzia Satchi & Satchi che sa fare bne il suo mestiere e l'Enel lo sa.

Cos'è il forum?

Sul suo sito si legge: "Il Forum Nucleare Italiano è un’associazione no-profit che vuole contribuire, come soggetto attivo, alla ripresa del dibattito pubblico sullo sviluppo dell’energia nucleare in Italia. Il Forum vuole favorire una più ampia e approfondita conoscenza dell’opzione nucleare e delle sue implicazioni come condizione indispensabile di un confronto non pregiudiziale su questo tema. Il Forum vuole quindi essere un centro di promozione e divulgazione dell’informazione tecnico-scientifica sul tema del nucleare, che sia la più ampia, chiara, trasparente e accessibile, diffondendo idee, riflessioni, saperi in maniera semplice e comprensibile per tutti e dando spazio ad argomentazioni diverse per stimolare uno schietto confronto. L’Associazione ha come riferimento l’esperienza di analoghi Forum, nati in altri Paesi dove l’energia nucleare fa parte del mix energetico, quali il Belgio, la Svizzera, la Spagna, la Germania, la Slovacchia e gli Stati Uniti. Queste realtà sono organizzate come associazioni, con una membership trasversale (dalle imprese alle università, dal mondo della ricerca a quello economico) ed hanno giocato un ruolo importante nel dibattito sull’energia in questi Paesi".

Prima domanda: vorrei vedere se negli altri paesi il forum pubblico del nucleare è presieduto dal presidente della principale azienda che propone il nucleare. Da noi si chiama Chicco Testa, ex ambientalista, ex presidente dell'Enel, nuclearista estremista, quello che in diretta televisiva ha detto "ti spacco la faccia" a Mario Tozzi che lo criticava sul nucleare.

Seconda domanda: vorrei vedere se in altri paesi il vicepresidente è il presidente del socio d'affari dell'Enel nella partita del nucleare. In Italia si chiama Bruno D'Onghia ed è presidente di Edf Italia. Edf ha già firmato un accordo con Enel per il nucleare.

Terza domanda: vorrei vedere se in altri paesi si apre un forum dopo che si sono già firmati accordi ufficiali.

Quarta domanda: vorrei vedere se all'estero si apre un forum scrivendo frasi come "Perchè il nucleare fa bene all'ambiente", oppure "Nucleare: un'energia pulita e sicura" e altre che vi invito a vedere.

Quinta domanda: tutti i giornali che ho letto in questi giorni (tutti del gruppo Espresso) hanno riportato la notizia del forum sottolineando chi l'ha ideata e che cos'è. Perché nessun ha posto la domanda se può un forum di discussione libero essere presieduto da chi già sa cosa vuole fare e lavora già al nucleare? Perchè?


p.s.: nei giornali che riportavano la notizia del forum nucleare c'era una pagina pubblicitaria dell'Enel.

mercoledì 15 dicembre 2010

Nero su bianco

Oggi abbiamo presentato a Lucca "Nero su Bianco" un rapporto di ricerca sulla rappresentazione dell'immigrazione sui giornali locali voluto dalla Caritas locale. E' stato un bel momento di confronto che è andato anche oltre il classico "dibattito", spesso ideologico, che si fa su questo tema.

Dalla ricerca emerge che in media, in un periodo di tre mesi del 2010, è apparsa circa una notizia di immigrazione al giorno per ogni testata. I 292 articoli apparsi occupano l'1,48% della superficie complessiva dei tre periodici, per cui il 98,5% dello spazio è destinato ad altri articoli e pubblicità. Gli articoli in cui sono presenti gli immigrati riportano prevalentemente fatti di cronaca nera o giudiziaria, in linea con i trend dei giornali nazionali riportati da altre ricerche condotte in questi anni.

Spesso il punto centrale di queste analisi è "come" si parla di immigrazione, meno diffuso è il "se" se ne parla. Ne abbiamo discusso nel corso del dibattito: non se ne parla (molte volte anche un fatto di cronaca nera fa meno notizia se commesso da un migrante) perché non è un potenziale lettore, magari è indigente e non compra i giornali, o altro ancora. Il tema è complicato e ci hanno aiutato a rifletterci il giornalista Antonello Riccelli e Udo Enwerezeur del Cospe. Il quale ha affermato: gli immigrati raramente sono fonti di informazione perchè non sono visti come consumatori di informazione". Spesso si criticano i giornali quando "criminalizzano" gli immigrati, meno spesso si riflette sul fatto che i nuovi cittadini faticano a trovare cittadinanza anche sui media.

martedì 14 dicembre 2010

Metti una sera in libreria

Domenica sera abbiamo presentato a Lucca "Informazione istruzioni per l'uso".

E' stato un momento bello per vari motivi: abbiamo parlato del mondo dei media in maniera obiettiva e costruttiva; ne è sorto un dibattito intenso e qualificato che ha accresciuto il mio modesto lavoro; ho trovato e ritrovato vecchi amici di una città che, dopo due anni di assenza, mi sembra essere cresciuta dal punto di vista della consapevolezza e della partecipazione culturale; abbiamo animato una libreria storica del centro storico che vive sotto la minaccia di essere sradicata dalla "grande distrubuzione libraria".

Una serata che ci ha fatto bene credo, visto il faticoso e sgraziante momento che vive in Italia chi crede ancora nella partecipazione e nella giustizia.

L'incontro è stato raccontatato in maniera originale da LoSchermo.it, una testata online di informazione che segue ciò che accade in provincia di Lucca con uno sguardo rivolto all'esterno. L'articolo di Giacomo Ramacciotti è disponibile cliccando qua.

Ramacciotti apre il suo articolo giustamente con la provocazione iniziale: la libertà non basta averla, bisogna esercitarla. E la professione giornalistica in Italia rischia di abdicare a questa vocazione che dovrebbe essere insita a tale mestiere. Un mestiere meraviglioso che in pochi oggi possono permettersi di praticare.

La libreria era piena di facce proiettate verso la prospettiva che il dibattito, moderato con la solita grazia ed efficacia da Luciano Luciani (Dio sa quanto Lucca è debitrice nei suoi confronti per la costante opera di crescita civile che propone) ha preso. Belle persone il cui ascolto, lo dico senza piaggeria, mi ha un po' turbato perchè mi ha fatto avvertire la responsabilità che un "oratore" ha davanti alla sua platea, in particolare se composta per una parte da persone con cui esiste un legame di amicizia.

E l'argomento, quello dell'informazione, impone ancora più attenzione perchè non si costruisce la consapevolezza nei confronti del mondo dei media senza farlo in modo consapevole. Da domenica mi è rimasta una bella sensazione: una piccolo pezzo di città mi ha accolto nuovamente con affetto e attenzione, lo stesso piccolo pezzo di città con cui mi piacerebbe continuare a discutere e crescere.

domenica 12 dicembre 2010

Ciampi e il futuro del pluralismo

Carlo Azeglio Ciampi ha compiuto 90 anni. Ci sono stati festeggiamenti, ma senza disturbare troppo perché nell'Italia di oggi una figura della sua altezza può essere scomoda. Più di molti che urlano in piazza senza far paura a nessuno. Nel 2002 rivolse un messaggio, il primo dopo il suo arrivo al Quirinale, alle Camere sul pluralismo e l'informazione. Rimane un documento storico straordinario e nonchiedercilaparola lo ripropone sperando che chi può ne faccia tesoro.


"Onorevoli Parlamentari, la garanzia del pluralismo e dell'imparzialità dell'informazione costituisce strumento essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta; si tratta di una necessità avvertita dalle forze politiche, dal mondo della cultura, dalla società civile.

Il principio fondamentale del pluralismo, sancito dalla Costituzione e dalle norme dell'Unione Europea, è accolto in leggi dello Stato e sviluppato in importanti sentenze della Corte Costituzionale. Il tema investe l'intero sistema delle comunicazioni, dalla stampa quotidiana e periodica alla radiotelediffusione, e richiede un'attenta riflessione sugli apparati di comunicazione anche alla luce delle più recenti innovazioni tecnologiche e della conseguente diffusione del sistema digitale.

Il mondo appare sempre più un insieme di mezzi e di reti interconnesse, che abbracciano l'editoria giornalistica, la radiotelevisione, le telecomunicazioni. Per quanto riguarda il settore della stampa, la legge 5 agosto 1981, n. 416, fissa limiti precisi alle concentrazioni e detta norme puntuali per la loro eliminazione ove esse vengano a costituirsi. Secondo i dati forniti dal presidente della Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nella sua Relazione annuale sull'attività svolta, presentata il 12 luglio scorso, i limiti posti dalla legge alle concentrazioni in materia di stampa risultano rispettati.

Per quanto concerne l'emittenza televisiva, dopo la sentenza n. 826 del 1988, nella quale la Corte Costituzionale affermava che il pluralismo "non potrebbe in ogni caso considerarsi realizzato dal concorso tra un polo pubblico e un polo privato", il Parlamento approvò la legge 6 agosto 1990, n. 223, per disciplinare il sistema radiotelevisivo pubblico e privato. Si tratta della prima legge organica che, nel suo articolo 1, dopo aver affermato il preminente interesse generale della diffusione di programmi radiofonici e televisivi, definisce i principi fondamentali del sistema: "il pluralismo, l'obiettività, la completezza e l'imparzialità dell'informazione, l'apertura alle diverse opinioni, tendenze politiche, sociali, culturali e religiose, nel rispetto della libertà e dei diritti garantiti dalla Costituzione".
La successiva legge 31 luglio 1997, n. 249, ha istituito l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e ha dettato norme con le quali ha precorso, con lungimiranza, il tema della cosiddetta "convergenza multimediale", tra telecomunicazioni e radiotelevisione, attribuendo all'Autorità indipendente competenza su entrambi i settori. Dato essenziale della normativa in vigore è il divieto di posizioni dominanti, considerate di per sè ostacoli oggettivi all'effettivo esplicarsi del pluralismo.

La giurisprudenza costituzionale, sviluppatasi nell'arco di un quarto di secolo, ha trovato la sua sintesi nella sentenza n. 420 del 1994, nella quale la Corte ha richiamato il vincolo, imposto dalla Costituzione al legislatore, di assicurare il pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero, e di garantire, in tal modo, il fondamentale diritto del cittadino all'informazione.

Questi principi hanno avuto conferma nell'aprile scorso nella sentenza n. 155 del 2002 della stessa Corte che, richiamando i punti essenziali delle precedenti decisioni, ha ribadito l'imperativo costituzionale, secondo cui il diritto di informazione garantito dall'art. 21 della Costituzione deve essere "qualificato e caratterizzato, tra l'altro, sia dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie - così da porre il cittadino in condizione di compiere le proprie valutazioni avendo presenti punti di vista e orientamenti culturali e politici differenti - sia dall'obiettività e dall'imparzialità dei dati forniti, sia infine dalla completezza, dalla correttezza e dalla continuità dell'attività di informazione erogata". Tale sentenza è particolarmente significativa là dove pone in rilievo che la sola presenza dell'emittenza privata (cosiddetto pluralismo "esterno") non è sufficiente a garantire la completezza e l'obiettività della comunicazione politica, ove non concorrano ulteriori misure "sostanzialmente ispirate al principio della parità di accesso delle forze politiche" (cosiddetto pluralismo "interno").

I principi e i valori del pluralismo e dell'imparzialità dell'informazione nel settore delle comunicazioni elettroniche sono stati richiamati e hanno trovato sistemazione organica in quattro recenti Direttive del Parlamento Europeo e del Consiglio dell'Unione Europea, che dovranno essere recepite dai Paesi membri entro il luglio del 2003. Il contenuto di queste Direttive è in sintonia con la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea che, nel secondo comma dell'articolo 11, sancisce espressamente il rispetto del pluralismo e la libertà dei media. Nelle premesse di tali Direttive sono indicate le finalità di una politica comune europea in materia di informazione. Viene, in particolare, definito il concetto di libertà di espressione, precisando che questa "comprende la libertà di opinione e la libertà di trasmettere informazioni e idee, nonchè la libertà dei mezzi di comunicazione di massa e il loro pluralismo". In particolare, nella Direttiva denominata "Direttiva quadro": - viene specificato che "la politica audiovisiva e la regolamentazione dei contenuti perseguono obiettivi di interesse generale, quali la libertà di espressione, il pluralismo dei mezzi di informazione, l'imparzialità, la diversità culturale e linguistica, l'inclusione sociale, la protezione dei consumatori e la tutela dei minori".

Si fa obbligo agli Stati membri di "garantire l'indipendenza delle autorità nazionali di regolamentazione in modo da assicurare l'imparzialità delle loro decisioni"; - è riservato grande spazio all'assetto del mercato e all'esigenza di assicurare un regime concorrenziale.

Nel volgere di pochi anni anche l'Italia disporrà delle nuove possibilità che l'evoluzione della tecnologia mette a disposizione dell'emittenza radiotelevisiva. Questo sviluppo produrrà un allargamento delle occasioni di mercato e rappresenterà un freno alla costituzione o al rafforzamento di posizioni dominanti, pur nella necessaria considerazione delle dimensioni richieste dalle esigenze della competizione nell'ambito del più ampio mercato europeo e mondiale. La legge 30 marzo 2001, n. 66, prevede, in proposito, che "le trasmissioni televisive dei programmi e dei servizi multimediali su frequenze terrestri devono essere irradiate esclusivamente in tecnica digitale entro l'anno 2006".

E, tuttavia, il pluralismo e l'imparzialità dell'informazione non potranno essere conseguenza automatica del progresso tecnologico. Saranno, quindi, necessarie nuove politiche pubbliche per guidare questo imponente processo di trasformazione. E' questo un problema comune a tutti i paesi europei, oggetto di vivaci dibattiti e di proposte innovative.
Onorevoli Parlamentari, la prospettiva della nuova realtà tecnologica, il quadro normativo offerto dalle recenti Direttive comunitarie e le chiare indicazioni della Corte Costituzionale richiedono l'emanazione di una legge di sistema, intesa a regolare l'intera materia delle comunicazioni, delle radiotelediffusioni, dell'editoria di giornali e periodici e dei rapporti tra questi mezzi. Nel redigere tale legge occorrerà tenere presente, per quanto riguarda la radiotelevisione, il ruolo centrale del servizio pubblico. II trattato di Amsterdam, che vincola tutti i paesi dell'Unione Europea, muove dal presupposto "che il sistema di radiodiffusione pubblica negli Stati membri è direttamente collegato elle esigenze democratiche, sociali e culturali di ogni società, nonchè all'esigenza di preservare il pluralismo dei mezzi di comunicazione".

Nell'atteso testo normativo dovrà trovare coerente sistemazione la disciplina della tutela dei minori, troppo spesso non tenuta nella dovuta considerazione nelle programmazioni delle emittenti televisive.
E' fondamentale, inoltre, che la nuova legge sia conforme al Titolo V della Costituzione, che all'articolo 117 ha assegnato alle Regioni un preciso ruolo nella comunicazione, considerando questa materia ricompresa nella legislazione concorrente insieme a quella della promozione e dell'organizzazione di attività culturali, che ne costituisce un logico corollario. Secondo la riforma costituzionale, spetta allo Stato di determinare i principi fondamentali in dette materie, mentre alle Regioni è conferito il compito di sviluppare una legislazione che valorizzi il criterio dell'articolazione territoriale della comunicazione come espressione delle identità e delle culture locali.

Nella definizione di tali principi fondamentali, lo Stato svolge la sua essenziale funzione di salvaguardia dell'unità della Nazione e della identità culturale italiana. Essi costituiscono la più valida cornice entro la quale trova esplicazione il pluralismo culturale, ricchezza inestimabile del nostro Paese, sorgente di libera formazione della pubblica opinione.

La cultura - questo è mio convincimento profondo - è il fulcro della nostra identità nazionale; identità che ha le sue radici nella formazione della lingua italiana e che, negli ultimi due secoli, si è sviluppata in una continuità di ideali e di valori dal Risorgimento alla Resistenza, alla Costituzione repubblicana.

Nel preparare la nuova legge, va considerato che il pluralismo e l'imparzialità dell'informazione, così come lo spazio da riservare nei mezzi di comunicazione alla dialettica delle opinioni, sono fattori indispensabili di bilanciamento dei diritti della maggioranza e dell'opposizione: questo tanto più in un sistema come quello italiano, passato dopo mezzo secolo di rappresentanza proporzionale alla scelta maggioritaria.
Quando si parla di "statuto" delle opposizioni e delle minoranze in un sistema maggioritario, le soluzioni più efficaci vanno ricercate anzitutto nel quadro di un adeguato assetto della comunicazione, che consenta l'equilibrio dei flussi di informazione e di opinione.
Anche a tal fine, la vigilanza del Parlamento, in coordinamento con l'Autorità di garanzia, potrebbe estendersi all'intero circuito mediatico, pubblico e privato, allo scopo di rendere uniforme ed omogeneo il principio della "par condicio".

Parametri di ogni riforma devono, in ogni caso, essere i concetti di pluralismo e di imparzialità, diretti alla formazione di una opinione pubblica critica e consapevole, in grado di esercitare responsabilmente i diritti della cittadinanza democratica.

Riassumo le considerazioni fin qui svolte, dalle quali emergono alcuni obiettivi essenziali: - specificazione normativa - tenendo conto delle variazioni introdotte dalle innovazioni tecnologiche in continua evoluzione - dei principi contenuti nella legislazione vigente e nella giurisprudenza della Corte Costituzionale; - attuazione delle Direttive comunitarie che l'Italia dovrà recepire entro il luglio del 2003; definizione di un quadro normativo par l'attivazione della competenza concorrente delle Regioni nel settore delle comunicazioni, secondo quanto previsto dall'articolo 117 del nuovo Titolo V della Costituzione; - perseguimento dello scopo fondamentale di meglio garantire, attraverso il pluralismo e l'imparzialità dell'informazione, i diritti fondamentali dell'opposizione e delle minoranze.

Onorevoli Parlamentari, ho voluto sottoporre ai rappresentanti eletti della Nazione queste riflessioni, perchè avverto che sta a noi tutti provvedere per il presente e, al tempo stesso, guardare al futuro, prefigurando e preparando con lungimiranza un sistema di valori e di regole che salvaguardi e sostenga la vita e l'azione delle nuove generazioni.

Lo sviluppo delle tecnologie dell'informazione e delle reti di comunicazione è qualcosa di più di un avanzamento tecnico: configura un salto di qualità; muta il contesto nel quale si esplica la vita culturale e politica dei popoli; apre straordinarie possibilità di conoscenza, di nuovi servizi, di partecipazione, di crescita individuale e collettiva.

Dobbiamo vivere questo momento di transizione con consapevolezza e fiducia. Un processo di innovazione affidato alle forze della società, promosso e accompagnato dall'azione pubblica in una appropriata cornice normativa, è la base per una nuova stagione di sviluppo morale e materiale della Nazione.

E' questa una sfida che coinvolge tutte le istituzioni: saper tradurre l'innovazione in una grande opportunità di formazione per i cittadini. Non c'è democrazia senza pluralismo e imparzialità dell'informazione: sono fiducioso che l'azione del Parlamento saprà convergere verso la realizzazione piena di questo principio".

venerdì 10 dicembre 2010

Esistono ancora i diritti umani

Il dieci dicembre è giornata dedicata a celebrare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Si festeggiano i diritti umani, pur sapendo che quella del 1948 fu solo una tappa di un percorso lungo secoli e che per ancora molto tempo riserverà una tensione costante verso l'affermazione concreta dei diritti stessi.

Oggi ho avuto occasione di partecipare come moderatore ad una tavola rotonda con tre bravi docenti universitari che hanno esposto sul tema da altrettanti punti di vista diversi. La discussione è ruotata intorno al ‘I diritti dei popoli – Universalismo e differenze culturali’ (Laterza 2009) di Luca Baccelli. Si sono confrontati con l’autore, docente di Filosofia del diritto alle Università di Camerino e di Firenze, l’accademico dei Lincei, Pietro Costa dell’Università di Firenze e il filosofo Baldassarre Pastore (Università di Ferrara).

Suggestiva la questione di fondo che il libro di Baccelli affronta: i diritti umani sono universali o rappresentano il prodotto della cultura occidentale? Eppoi: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo ha ancora un senso? Si può continuare a parlare di Diritti umani nell’era delle guerre per esportare la democrazia?

Un uso e consumo dei diritti umani e del lessico dei diritti stessi a servizio degli interessi dei potenti è un dato certamente non nuovo. Il libro di Baccelli e il dibattito sull'universalità dei diritti umani pone la questione in maniera radicalmente nuova: è possibile partire dalla connotazione occidentale dei diritti per superare l'universalismo e affermare la loro carica liberatoria ed emancipatoria? Un lessico e una narrazione diversa sono possibili, rimettendo al centro la questione dei diritti contro i poteri che li utilizzano per esportare o imporre interessi particolari o illegittimi.

mercoledì 8 dicembre 2010

Il male della banalità

L'ultimo numero di Altreconomia ha una copertina provocatoria quanto il tema che viene proposto: l’informazione.

"Quella italiana -lo sappiamo bene- è in crisi" scrive il direttore Pietro Raitano nell'editoriale. "I motivi di questa crisi li conosciamo anche meglio. Tuttavia ci preme sottolineare una cosa, ovvero che più che di libertà di stampa, sarebbe il caso di iniziare a parlare di qualità di stampa. Il guaio dell’informazione italiana sta diventando proprio questo: semplificazioni, approssimazioni, inadeguatezze, scarsa professionalità. Conflitto di interessi e utilizzo personalistico".

"Le responsabilità -scrive ancora Raitano- sono di tutti noi che facciamo questo mestiere, degli editori, ma anche di chi usufruisce di questo lavoro, ovvero lettori, ascoltatori, telespettatori, utenti di internet. Il risultato sono tv e giornali pieni di notizie prive di interesse, come quelle che vedete in copertina. Ci stiamo abituando al male della banalità, più che alla banalità del male".

"Eppure le notizie -intese come fatti degni di nota- dovrebbero essere il cuore dell’informazione, le sue particelle elementari. Dove sono finite le notizie?". Chi decide cosa fa notizia e come deve essere riportato?

La questione è molto complicata, ma aprendo un po' il muro della "normalità" quotidiana, scavando dentro il mercato dell'informazione e i suoi protagonisti (giornalisti, editori, politici, concessionarie di pubblicità etc.) si scopre che la situazione, in realtà, è molto peggiore di quella che pensiamo. E che la qualità dell'informazione non è solo dettata dal controllo ossessivo della politica, e di certa politica, ma da qualcosa di più profondo e più difficilmente reversibile. Se non partendo da una consapevolezza che ognuno deve sviluppare dentro di sé.


p.s.: di questi temi parleremo domenica 12 dicembre alle 18 alla libreria Lucca Libri di Lucca.


martedì 7 dicembre 2010

Ad acqua risponde democrazia

Incontro Emilio Molinari nell'appartamento a Milano che condivide con la moglie Tina. È l'unico suo giorno libero di un periodo intensamente passato a presentare l'ultimo libro, scritto insieme al giornalista Claudio Jampaglia. Il titolo è "Salvare l'acqua". Capisco subito che la nostra non sarà un'intervista classica, ma un viaggio profondo e denso di spunti. Una chiacchierata si direbbe. E lui deliziosamente mi dedica diverse ore, per spiegare che sì, ce la possiamo fare a salvare l'acqua dalle mire dei poteri economici, che intorno a questo impegno si gioca un bel pezzo delle nostre malandate democrazie.

La prima domanda scatena una lucida analisi sul significato di questa lotta. Perchè tanto impegno intorno all'acqua? "Il tema -risponde subito annotando su un foglio bianco i punti del suo ragionamento- è riuscito ad essere un concentrato di quello che serve ad una nuova generazione di impegno politico. La narrazione intorno all'acqua come fonte di vita trova richiami in tutte le religioni, ogni civiltà è nata intorno a questo elemento. È un aspetto su cui si costruisce un immaginario. Ed era precisamente un elemento che alla fine del secolo scorso era stato perso. In secondo luogo -insiste Emilio- è uno strumento utilissimo di lettura dell'attualità: acqua come indicatore della sostenibilità del Pianeta, senza di cui è in discussione la vita stessa.

È un tema che la gente riesce a vedere. Non è strano, ad esempio che ci siano molte persone anziane che si mobilitano. Gli anziani hanno più facilità a capire cosa è successo, come si è persa la risorsa, mentre i giovani spesso devono fare ancora questo passaggio, perchè l'hanno già ereditata contaminata di schifezze e di inquinamento. La condizione di precarietà dell'acqua, della scarsità della risorsa che comincia a farsi strada. Ne discende un terzo elemento: di fronte alla scarsità, la capicità di avere posto la questione della mercificazione. È un aspetto che va più in là della privatizzazione in senso stretto. Essere riusciti a dare la dimensione del problema: l'anonima multinazionale intoccabile che si sta prendendo l'acqua dei nostri territori. Invisibilmente".

Qui capiamo come intorno a questo tema ne girano molti altri. "Se nel '900 il dibattitto politico ruotava intorno alla proprietà dei mezzi di produzione, oggi possiamo dire che il vero scontro si gioca sulla proprietà dei mezzi di riproduzione umana. Il capitalismo si sta appropriando delle fonti stesse della vita, della possibilità di riprodursi: acqua, semi, terra e anche aria per certi aspetti. Il contadino perde il suo ruolo, noi perdiamo il rapporto con l'acqua. L'altro dibattito, forte, è sui tempi: siamo stati abituati a ragionare su tempi non definiti del cambiamento. Tutta l'umanità, nelle grandi correnti di cambiamento, ha sempre pensato alla lunga distanza. Per il socialismo era il sole dell'avvenire, per i cristiani il Regno di Dio in terra, per il capitalismo era lo sviluppo dell'economia che avrebbe portato benessere anche ai più poveri. Oggi per definire un cambiamento abbiamo un tempo massimo di 40-50 anni. Questo rovescia la domanda: parliamo di cambiamento o di salvezza?".

E sull'acqua c'è possibilità di vincere in tempi brevi? "Questo -risponde Emilio- è un elemento centrale. C'è la possibilità di fare delle conquiste. Si può affermare a livello istituzionale che l'acqua è un diritto umano universale imprescindibile ed ineliminabile. Sono obiettivi concreti che vengono portati avanti sul piano locale, nazionale ed internazionale".

Passiamo alla proposta, perchè serve concretezza. Qual è la loro proposta? Di che tipo di gestione parliamo?

"Sottraiamoci un attimo dal discorso se è meglio pubblico o privato -spiega ancora Emilio-. Parliamo di acqua: prendiamo principi e valori che erano nella politica del passato e che sono universali: l'acqua va garantita come diritto umano a tutti. In secondo luogo il principio del risparmio: nessun soggetto privato è in grado di garantire il diritto e il risparmio, può certamente far funzionare bene un'azienda, ma non è in grado di garantirli. Il secondo problema riguarda l'efficienza della gestione. Per l'acqua non esiste competizione, c'è solo un passaggio da un monopolio naturale gestito pubblicamente e localmente ad un monopolio naturale gestito privatamente. Non è una privatizzazione qualsiasi, ma una mercificazione globale, si potrebbe semplificare dicendo "tutti i rubinetti del mondo in mano alle multinazionali". Terzo: non è mai dimostrato che pubblico non significa capacità di gestire: nel nord Italia, a Milano, a Parigi è vero il contrario. In tutto il mondo non esiste esempio di gestione virtuosa del privato. Certo, esistono gestioni scorrette ed incapaci del pubblico, ma allora il punto è ragionare come migliorarla. Eppoi: cosa resta ai territori se sottraiamo anche la gestione dei beni pubblici? Si afferma spesso "padroni a casa nostra", allora perchè accettare che venga sottratta la gestione dell'acqua? Per questo noi proponiamo una forma di gestione che garantisca gratuitamente a tutti il minimo bisogno (50 litri al giorno secondo le Nazioni Unite), introducendo il criterio del contatore per ogni famiglia, coinvolgendo ognuno nel risparmio. Così comincia a delinearsi una politica nuova che può anche prevedere forme di gestione comunitaria dei territori come accaduto in passato ed accade ancora oggi, forse le crisi attuali costringeranno anche a tornare a queste soluzioni".

Sembra che il tempo, parlando con Emilio, debba non passare mai, che ogni parola riporti un significato così profondo da essere nuovo e vincente quanto ancorato alla storia. O meglio a tutto ciò che di buono e costruttivo l'umanità è riuscita a realizzare. E può e deve continuare a farlo.

p.s.: l'intervista completa è stata pubblicata dalla rivista Manitese

venerdì 3 dicembre 2010

E' possibile cambiare la televisione?

Pochi giorni prima dell'inizio di "Vieni via con me", Loris Mazzetti, capostruttura di Rai Tre e curatore del programma di Fazio e Saviano, mi aiuta con grande disponibilità a chiarire alcune questioni chiave sullo stato dell'informazione televisiva. Ne nasce un'intervista che il mensile su cui collaboro, Altreconomia, pubblica nel numero appena uscito.

Mazzetti lavora da 30 anni in Rai ed è stato braccio destro di Enzo Biagi. Ha pubblicato diversi libri, alcuni donati al nostro paese per coltivare la memoria del grande giornalista scomparso qualche anno fa.

Il libro di Mazzetti "La macchina delle bugie" è un manuale prezioso che va oltre la critica all'informazione "controllata" per svelarne i meccanismi reali. Credo che sia molto importante "svelare" i meccanismi: molto di più di qualsiasi lamento. Il mio pensiero nello scrivere "Informazione, istruzioni per l'uso", il libro che ho appena pubblicato con Altreconomia (a proposito: domenica 12 lo presentiamo alla libreria Lucca Libri ore 18), si concentra ogni giorno su questo concetto: i meccanismi. In fondo il lamento è uno vizio così dannoso al pensiero, lo impigrisce, lo cristallizza in una babele di luoghi comuni o meno comuni che non producono cambiamento. Penso poi che in Italia esiste un Presidente del Consiglio (chiamato impropriamente premier) che si lamenta in ogni istante dell'informazione e anche per questo dobbiamo fare qualcosa di più. L'intervista a Loris Mazzetti la trovate sul giornale (approposito: chi può si abboni ad uno spazio libero e indipendente), su nonchiedercilaparola pubblico con piacere alcuni stralci, perchè servono a capire quanto profonde sono state le trasformazioni degli ultimi decenni e quanto difficile siano da sradicare.

"Il rapporto della politica con l'informazione -risponde Mazzetti alla domanda se lo stato dell'informazione sia solo conseguenza del controllo berlusconiano- è cambiato totalmente nel momento in cui è arrivata la televisione commerciale. I politici hanno cominciato ad essere continuamente ospitati su tutti i programmi e non solo negli spazi canonici delle tribune elettorali. È stato un cambiamento epocale: oggi il politico smette di stare a contatto con la gente comune e lo fa solo attraverso la televisione. Male che vada, un programma piccolo e semi-insignificante, annovera comunque 400.000 telespettatori. Oggi piazze molto gremite non superano le 15.000 persone".

La conversazione segue: Tv pubblica e privata sono diverse? Cosa occorre per fare strada? Il digitale cambia qualcosa? Infine: cosa possono fare i cittadini?

"Se i cittadini -risponde- avessero un comportamento nei confronti della televisione simile a quello che ha nei confronti della sanità tutto sarebbe diverso. Per la propria salute, giustamente, attivano Tribunali del malato, associazione di consumatori, comitati. Se accade un caso di malasanità scoppia subito un pandemonio. In caso di malainformazione invece non succede mai quasi niente, perchè il cittadino non è a conoscenza dei propri diritti. Quando si va ad acquistare un televisore, portiamo a casa un imballaggio che contiene oltre allo schermo, anche un manuale di utilizzo utile a sincronizzare i canali e alla manutenzione dell'apparecchio. Nello stesso imballaggio ci dovrebbe essere anche un secondo libretto, il contratto di servizio che la Rai stipula con il Ministero. Tutti dovrebbero conoscerlo alla lettera perchè contiene i nostri diritti. C'è scritto tutto: da come tutelare i minori a come dovrebbero essere utilizzate le fasce orarie. Basterebbe farlo rispettare".


P.S.: Mazzetti ha subito già più di dieci provvedimenti disciplinari con un totale di venti giorni di sospensione. Con "Vieni via con me" ha superato i dieci milioni di telespettatori e con la vicenda di Maroni ha rischiato il licenziamento.


mercoledì 1 dicembre 2010

A parole...

Da uno scambio di mail con un caro amico ci chiediamo se l'antimafia quella a "parole" possa veramente scalfire il potere delle mafie. Tutto sta nel significato di "a parole".

Il procuratore Ingroia qualche anno fa in una bella intervista su Altreconomia fatta da Mario Portanova ricordava in maniera molto semplice che "spesso i cittadini si chiedono come possono incidere. Il consumo critico è un modo, ma per praticarlo è necessario avere informazioni. Sulla mafia i media dovrebbero fare meno colore e più servizio, raccontando di imprese e realtà economiche colluse, in modo che i cittadini possano orientarsi meglio”.

Quindi oltre il "colore" ci deve essere di più, devono essere svelati i meccanismi reali della mafia e in quale modo oltre ad offendere la legalità impoveriscono la società. Roberto Saviano "a parole" fa il suo mestiere, quello di raccontare storie. L'attore Giulio Cavalli con il suo spettacolo "a parole" fa il proprio mestiere.

I magistrati, spesso nell'ombra perchè deve essere così, fanno il loro. Fare le classifiche è impossibile, ma gli anelli deboli della catena del dovere sono troppo decisivi: la stampa molte volte tradisce la propria funzione che dovrebbe essere quella di scavare sotto l'apparente normalità e raccontare le mafie non solo quando ci sono fatti di sangue, arresti eccellenti o processi pubblici, ma tutti i giorni. La politica latita e non assolve al quel compito di creare nuova consapevolezza, di cambiare in qualche modo la società.

Proviamo a dirla in altro modo: è bello leggere su Repubblica o vedere alla televisione Roberto Saviano che racconta di "gomorra", ma sarebbe più bello avere più spesso giornalisti veri (e quindi che possono muoversi e "scavare" con autonomia...) che raccontano la parte di Italia che è costretta a convivere con le mafie e a subirne la potenza.

Come è bello leggere Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, che si scaglia contro la mercificazione del cibo, la speculazione sull'alimentazione, che racconta quanto sia sano, bello buono il mondo "slow", ma perchè non avere più spesso giornalisti che ne svelano i meccanismi, ne raccontano i non sense e abituano il lettore a chiedersi se dietro a quello che mangiano ci sia la mafia o qualsiasi altra forma di speculazione legale o meno?

Invece altri meccanismi portano spesso a sovvertire le funzioni: lo scrittore "informa", il giornale "ospita", l'artista "fa politica", la politica "difende" lo scrittore, l'antimafia si riduce a spettacolo. In tempi bui come questi va bene tutto, ma siamo sicuri che porti ad un qualche cambiamento?

lunedì 29 novembre 2010

Chi osa la chiosa?

Fra le varie conseguenze della scelta di approfondire il ruolo dei media nella società italiana, c'è la tortura di costringersi a vedere spesso un telegiornale. All'inizio ti arrabbi molto facilmente, dopo un po' impari a non sorprenderti mai, ti indigni con discrezione e il boccone che stai per mettere in bocca, perchè è l'ora del pasto, è meno amaro.

Cominci a tendere l'orecchio ai dettagli e apprezzi ancora di più giornalisti come Norma Rangeri che dei vizi pubblici della televisione sa e scrive da molti anni. Guardare la televisione fa male se non ti immunizzi prima, con l'immunità diventa una pratica molto utile. Stiamo parlando di telegiornali ovviamente, per il resto serve tempo.

Il telegiornale di fine regime è interessante perchè nei singoli servizi telegiornalistici arrivano i colpi di coda. Molto simili a quelli che la destra sta lasciando andare a destra e a manca (a sinistra non serve, se li tirano da soli). Ieri sera per esempio al servizio sul Tg2 sulla ragazzina scomparsa in provincia di Bergamo, la cui rappresentazione giornalistica dovrebbe essere cauta perchè ancora avvolta nel mistero, è stata aggiunta la voce popolare in chiusura di un bergamasco doc che afferma: "ci sono troppi immigrati qua". Fine, ultima parola, quella che è decisiva, che conta, che resta, a cui molti annuiscono come delle pecore. Speriamo bene.

Stasera invece sul Tg1, oltre a minimizzare le rivelazioni di wikileaks, arriva un servizio che racconta finalmente una buona notizia: a Napoli stanno smaltendo i rifiuti. Non si parla del Governo, ma di vari enti, fra cui il Comune di Roma stanno aiutando a smaltire, la situazione migliora. Qualche immagine, senza comunque avere idea di ciò che sta realmente accandendo, di dove verranno portati. Finisce il minuto: "a Napoli la scorsa settimana era arrivato Silvio Berlusconi". Sigla. Ora "Vieni via con me".

venerdì 26 novembre 2010

Saviano e la parola su Impastato

E' emblematico il caso sollevato dal Centro di Documentazione Impastato e da Giovanni, il fratello di Peppino, su come Roberto Saviano nel suo ultimo libro "La parola contro la Camorra" riporta la storia di Peppino stesso. Nel libro Saviano scrive che prima del film del 2000 "I cento passi" "la memoria di Impastato era conservata solo da pochi amici, dal fratello e dalla mamma". Qui sta il punto controverso. Coloro che avrebbero "custodito la memoria" dicono che in realtà non è così perchè lottare per la giustizia non è custodire la memoria: "non ci siamo limitati alla memoria – afferma Giovanni Impastato – ma ci siamo attivati per denunciare il depistaggio e dare alla magistratura tutte le notizie sull’attività di Peppino che indicavano chiaramente la matrice mafiosa dell’assaissinio". La mamma subito chiese la costituzione di parte civile e l'anno dopo il Centro organizzò la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia.

Sgomberiamo il campo da ciò che non aiuta a comprenderela vicenda: la querela che sarebbe stata minacciata nei confronti di Giovanni dall'amministratore delegato di Eunaudi Baravalle assomiglia molto alle querele contro chi esprime liberamente le proprie opinioni e non ci piace per niente. Speriamo faccia marcia indietro perchè la storia della casa editrice non se la merita.

Ma guardiamo alla realtà dei fatti senza preconcetti. Saviano non ha detto niente di falso, ha affermato una cosa vera e cioé che prima del film e di altri accadimenti il caso non aveva avuto abbastanza notorietà almeno nel grande pubblico. Messo in positivo: il film ha restituito parte della memoria che era dovuta. Saviano probabilmente lo dice in termini di denuncia, cioè avrebbe lui voluto che non fosse stato così. A quel punto gli viene detto dai protagonisti: attenzione perchè in realtà c'è una storia dietro, molto profonda e densa di sudore, lacrime e lotta. Forse più della tua. Perchè non ne dai atto, tu che hai seguito e notorietà e probabilmente senza la storia di Peppino anche la tua sarebbe almeno un po' diversa? (libera intepretazione ovviamente...).

La denuncia di Impastato e di Santino (che dirige il Centro di Documentazione) è legittima, anzi opportuna. Così come è legittimo ciò che scrive Saviano perchè il suo libro non è la storia di Peppino.

Allora dov'è il problema? Il problema è culturale e politico (per questo le querele sono fuori luogo).

Perchè non c'è memoria se non esiste un fenomeno massmediatico che toglie dall'oblio? Perchè anni e anni di lavoro valgono meno di un film? Forse Saviano ha ragione: se non ci fosse stato il film tutto sarebbe stato diverso. E credo che avrebbe anche ragione a rifiutarsi di rettificare perchè non ha scritto cose false, ma ha rappresentato solo un aspetto come accade oggi sovente nell'informazione mainstream (vedi Repubblica o Santoro). Così come è opportuno che Impastato e altri si facciano sentire perchè la verità di Saviano è verità per milioni di persone e lui ha questa enorme responsabilità di coltivarla e non ridurla a fatto privato o massmediatico.

La questione però è un'altra: oggi ciò che non è rappresentanto e raccontato dalla televisione e dai grandi mass media semplicemente non esiste. Non ha cittadinanza, può sudare, essere frutto di capacità enormi, essere figlio di ingiustizie tremende, avere tutti i connotati per interessare un grande pubblico, ma quasi non esiste se qualche megafono visivo non ne parla.

Saviano (che è patrimonio di tutti molto di più della dieta mediterranea) ha questa possibilità, se la è creata perchè è bravo, gli è stata data perchè ha saputo promuoversi e la contingenza storica del nostro paese lo ha permesso. Non è un eroe e non lo sarà mai (lo diventerebbe se facesse la fine che i casalesi vogliono e questo deve essere impedito), ma risulterebbe un personaggio storico se, come seppe fare Pasolini in clamoroso anticipo su tutti i tempi, provocasse un dibattito e un cambiamento anche in questa prospettiva, cioé se sapesse abbattere quei muri e quelle leggi che fanno sì che esista solo ciò che i giganti dei massmedia decido possa esistere.

Non pensiamola questa storia in contrapposizione, ma come un'occasione.

giovedì 25 novembre 2010

Il canone che dà la scossa

Il Ministro Romani è uno che di invenzioni se ne intende: da Maurizia Paradiso alla televisione trash (144 etc.) ai decreti bavaglio dell'ultimo anno. Ma l'ultima è molto più bella: chi ha la luce elettrica in casa dovrà pagare il canone perchè ha anche la televisione. Cribbio!

In un'intervista stamani sul ha detto: "A tutti i titolari di un contratto di fornitura di elettricità verrà chiesto di pagare il canone perchè, se uno ha l'elettricità, ha anche l'apparecchio tv. Chi non ha la televisione dovra' dimostrarlo e solo in quel caso non pagherà. La riforma del canone, afferma il ministro, sarà presentata o col decreto milleproroghe o comunque entro l'anno e servirà ad azzerare la grande evasione: circa il 30 per cento di chi dovrebbe pagare il canone non lo fa. Per questo dal 2012 l'importo si ridurrà, secondo il principio che se pagano tutti, pagano meno".

Spieghiamo perché è l'ennesimo falso, la nuova uscita "rivoluzionaria" di questo governo che invece di rivoluzionario non ha nulla, a cominciare dai tacchi di Brunetta. Già oggi chi non ha la televisione può dimostrarlo e non pagare il canone (anche se fanno di tutto per non fartelo fare, ma è possibile, basta vedere come sul sito della Rai). Non è dimostrato in alcun modo che si ridurrà, perchè mai tutti pagheranno e rispetto alle necessità il canone non copre già oggi ciò che dovrebbe. Romani dovrebbe poi spiegare in che modo nella bolletta dell'energia elettrica inseriranno il canone (a me risulta che sia a consumo).

Comunque grazie Ministro: così sarà occasione per ribellarsi non solo al canone (che finanzia una televisione in mano ad una certa politica, tranne rare eccezioni che non bastano), ma anche dei fornitori dell'energia elettrica basata sui combustibili fossili e quindi in esaurimento e dannosi per l'ambiente (presto ci occuperemo su questo blog di ciò che fa l'Enel...).

In realtà basterebbe che venisse modificata la legge sul sistema radiotelevisivo (legge Gasparri) e che lo strapotere dato a Mediaset (nella raccolta pubblicitaria, ma non solo) venisse ridimensionata. Su "Informazione, istruzioni per l'uso", il libretto che Altreconomia ha appena pubblicato, viene spiegato come e perchè.

p.s.: Gianluca mi dice giustamente: pagherà anche chi c'ha gli occhi, perchè così guarda la televisione. Facciamo una tassa speciale per i non vedenti, a canone ridotto.

martedì 23 novembre 2010

Aldovrandi e l'elenco che non c'è

Ieri sera a "Vieni via con me" avrebbe dovuto esserci un altro elenco, quello di Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldovrandi il ragazzo diciottenne di Ferrara pestato e ucciso nel 2005 da alcuni poliziotti che sono stati condannati nel 2009. Ho conosciuto il caso Aldovrandi grazie a Checchino Antonini, che scrive per Liberazione e oltre ad un bravo giornalista è anche una bella persona. Ha scritto insieme ad Alessio Spataro un bel graphic novel, Zona del silenzio, pubblicato da Minimum Fax.

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Alcuni (pochi) siti riportano oggi l'elenco che la mamma di Federico avrebbe letto. Riprendo dal Fatto Quotidiano:

Elenco delle offese ricevute per il solo fatto che Federico è morto per mano di quattro poliziotti:

- 54 lesioni. Ciascuna di queste avrebbe dato luogo ad un processo (Giudice F. M. Caruso).
- 3 invocazioni di aiuto rivolte da Federico agli stessi poliziotti, prima dei rantoli mortali.
- “Federico è morto perché drogato” : dichiarazione dell’allora questore Elio Graziano.
- La pm che non si è degnata di andare sul posto e noi siamo stati avvisati solo dopo 5 ore.
- Il fatto che a me e mio marito è stato impedito con la menzogna di vedere il corpo di mio figlio abbandonato sul selciato a poca distanza da casa.
- Le parole “io so sempre dov’è mio figlio” pronunciate dalla prima pm per farci sentire in colpa dopo che il blog aveva scatenato la polemica e l’urgenza di chiarezza.
- “Calunniatori”, “sciacalli” sono le offese e le umiliazioni dichiarate da alcuni sindacati di polizia ai media su di noi e chi ci aiutava.
- Il rifiuto di riceverci da parte del vescovo di Ferrara.
- L’indagine per calunnia subita dagli avvocati Fabio e Riccardo che si ribellavano alle dichiarazioni ufficiali rilasciate dai vertici di Procura e Questura.
- Le offese rivolte alla memoria di Federico dai difensori degli imputati durante il processo nell’impossibilità per lui di difendersi.
- Le offese rivolte alla memoria di Federico definito “povero disgraziato” dal procuratore Minna intervenuto nel processo bis a difesa della dott.ssa Guerra.
- La querela della dott.ssa Guerra nei miei confronti, nonostante lei non sia andata sul posto, non abbia sequestrato i manganelli e le auto, non abbia raccolto testimonianze se non quella spontanea di Anne Marie Tsegueu e non abbia indagato i poliziotti che 6 mesi dopo, poco prima di lasciare il caso. Non ha avuto conseguenze disciplinari eppure ha querelato me e La Nuova Ferrara che ha riportato la notizia della condanna in primo grado di suo figlio per spaccio di droga.

Elenco degli angeli incontrati dopo che mio figlio è morto per mano di quattro poliziotti. E’ un elenco qui molto parziale perché la realtà include una moltitudine di persone che ci hanno sostenuto manifestando il loro senso civico, l’esigenza umana e sociale di trasparenza e di giustizia:

- Fabio Anselmo, avvocato. A lui si sono affiancati Venturi, Gamberini e Del Mercato. E’ diventato la voce di Federico in Tribunale e fuori dalle aule. E non solo per Federico, anche per Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e diversi altri. Assume un ruolo politico perché non ha paura di schierarsi contro chi commette abusi di potere. Riceve minacce, richiami e querele.
- Il popolo del blog costantemente presente.
- Il cardinal Ersilio Tonini, arcivescovo di Ravenna. Insieme a don Domenico Bedin ci ha trasmesso il calore della fede e il calore umano della condivisione e della solidarietà.
- Anne Marie Tesgueu, la cittadina di via Ippodromo. Ha dato a tutti una lezione di civiltà.
- Nicola Proto, il magistrato che ha avuto il coraggio di fare il suo dovere senza condizionamenti e lavorando in un clima difficilissimo perché fosse fatta giustizia.
-Gaetano Sateriale, sindaco di Ferrara, che si è ribellato all’ipocrisia delle versioni ufficiali in una città che aveva paura di conoscere la verità, rompendo il nostro isolamento.
- Dean Buletti, Checchino Antonini, Cinzia Gubbini e tutta la stampa che ha impedito che venisse calato un velo sulle circostanze della morte di mio figlio, e Filippo Vendemmiati che ha salvato la memoria di ciò che è successo con il suo prezioso film “E’ stato morto un ragazzo”.
- Francesca Boari, che ha messo nel libro “Aldro” i sentimenti miei e di Federico togliendoli dall’oblio della morte.
- Gli amici di Federico, a cui voglio un gran bene, e che per me sono ciascuno una parte di lui.
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p.s.: pare che abbiano dovuto eliminare questo elenco per motivi di spazio, avendo dovuto lasciare il posto a Roberto Maroni, esponente della Lega Nord e Ministro degli Interni. Se avresti voluto interloquire con la mamma di Federico invece che vedere muoversi le labbra di Maroni, lascia un commento qui, li manderò alla mamma di Federico.

lunedì 22 novembre 2010

Regime vs Giornali?

Non è vero che il governo Berlusconi ammazza i giornali, nemmeno se sono "nemici".

Nella carambola di commi inseriti nella Legge di Stabilità (Finanziaria), che deve passare ancora al Senato, c'è uno spaccato del Paese: fondi che spariscono apparentemente senza senso (5 per mille), fondi che ritornano e vengono addirittura incrementati ancora apparentemente senza senso. Come è il caso dell'editoria, che ha visto alzare a 100 milioni di euro il proprio fondo a destinazione.

Non solo: il 18 novembre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo regolamente per le provvidenze all'editoria, che non sarà utile come una legge di riordino dell'intero settore, ma rappresenta una buona novità per i giornali (ad esempio lega i contributi alle effettive vendite in edicola).

Ed infatti è stato accolto con soddisfazione dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Certo i problemi rimangono (fra tutti una crisi irreversibile dei giornali), la televisione piglia tutto, soprattutto in materia di pubblicità, il passaggio al digitale non aumenta il pluralismo dell'informazione televisiva. Ma dietro le provvidenze all'editoria ci sono interessi molto forti (giornali dei partiti di destra-centro-sinistra, giornali italiani all'estero, giornali espressione della Chiesa). Non è certo per Il Manifesto (anch'esso sostenuto in quanto giornale edito da cooperativa) che fino ad oggi non c'è stato il black out d'ossigeno (da ammettere però che i contributi arrivano dopo tempi biblici e nel frattempo molti giornali soffrono...).

Esistono poi giornali che resistono anche senza contributi pubblici come Il Fatto Quotidiano (che gode di una certa potenza avendo molte notorietà, anche televisive, fra le sue fila) e Altreconomia, la rivista mensile indipendente con cui collaboro. E che ha appena pubblicato il mio libro "Informazione, istruzioni per l'uso": un viaggio fra i meccanismi che riducono la libertà di stampa in Italia e fra i media indipendenti che resistono e offrono informazione di qualità. Con piacere vorrei rifletterci insieme a tutti quelli che vogliono.

venerdì 19 novembre 2010

Elenchi

Elenchi. Quelli usati da "Vieni via con me" rappresentano una nuova formula.

Che piaccia o meno è molto efficace anche perchè innovativa o perlomeno originale rispetto alle forme espressive della televisione.

Chi di voi non ha un proprio elenco di indignazioni, sogni, recriminazioni, buone azioni che potrebbero migliorare la società in cui viviamo? Se ognuno tirasse fuori il suo verrebbe fuori un muro del pianto o un disegno colorato e armonioso?

Un po' meno innovativo sembra il fatto di "costringere" i politici a utilizzare questo linguaggio. Lo abbiamo visto con Fini e Bersani: il primo sciolto e indubbiamente affascinante che trasformava il proprio elenco in piccoli ed efficaci proclami spot, il secondo più tradizionale e così assomigliante, con la sua goffaggine, almeno una volta, ad una sinistra antica.

Adesso si fa passare come una vittoria quella di far intervenire Maroni in televisione a leggere un elenco: sarebbe bello anteporgli quello delle parole denigratorie utilizzate dai leghisti per apostrofare gli immigrati. O delle bugie dette sugli sbarchi e sui "respingimenti".
Ce lo vediamo così stonante a leggere le supposte conquiste del Governo contro la Mafia, l'elenco degli arresti eccellenti (come se li avesse condotti lui in persona). Stonante in contrasto con lo stile così elegante di una trasmissione che ha forse il merito più grande di scardinare le forme irritanti ormai assodate dell'invasione televisiva dei politici che anche Santoro (pur con la sua grande bravura) replica. Così ci toccherà vedere occupato dalla solita retorica ingannatoria uno spazio che dovrebbe rimanere libero. "Bastava che Saviano non citasse la Lega" potrebbe obiettare qualcuno. "Forse bastava che citasse il centrodestra tutto visto che non sono solo gli enti amministrati dalla Lega ad essere legati con le mafie" penseranno altri. "Perchè laddove amministrano le sinistre mancano legami con la malavita?" risponderebbe, con le sue, ragioni qualcun'altro.

Forse più semplicemente basterebbe che ritornasse normale il fatto che la televisione la fanno gli artisti, i registi, i professionisti, i comici, gli attori, gli scrittori e che i politici restassero a fare il proprio mestiere in Parlamento e in mezzo alla società. Ma anche questo è un elenco scontato.


p.s.: questa trasmissione ha scatenato in molti di noi un attaccamento morboso alla scadenza televisiva del lunedì. Un'altra conferma del fascino irresistibile di questa maledetta scatola. Finirà presto.

giovedì 18 novembre 2010

Parole sporche

Hai mai fatto veramente attenzione al significato delle parole che usi? Ci sto pensando molto in questi giorni, mentre riesco finalmente a leggere il libro dell'amico Lorenzo Guadagnucci appena uscito per Altreconomia.

"Parole sporche" è il racconto di una lotta, quella per la messa al bando delle parole che offendono, che escludono, che relegano in confini prima immaginari, tracciati con la voce o con la tastiera, poi sempre più reali su cui aleggia un alone di razzismo nemmeno troppo celato.

Lorenzo racconta l'impegno di un pugno di giornalisti (definiti di provincia, ad averne...), per sensibilizzare i colleghi ad un linguaggio corretto in materia di immigrazione. Capisci quale è la vera radice culturale e semantica di parole come "clandestino" o "vu cumprà" o "extracomunitario" le quali finiscono per fare parte di un universo di armamenti che frammenti crescenti della politica e della società utilizzano per emarginare il diverso.

E spesso nemmeno ce ne accorgiamo. Anche questa è un'occasione per rifletterci.

Scrive Guadagnucci: "La verità è che nessuno è immune da forme di conformismo linguistico, inclusi i promotori di 'Giornalisti contro il razzismo': nella nostra vita professionale abbiamo spesso utilizzato parole già pronte per il consumo, pensate e indicate da altri; lo abbiamo fatto perchè si fa prima, perchè così fa tutti, perchè in apparenza sono le parole più giuste, più...normali. L'esperienza diretta, la riflessione, l'impegno civile, ci hanno però spinto ad una riflessione che ci ha aperto ad una creatività liberante. Insomma, abbiamo mutato stile e approccio, fino a condividere con altri lo stesso proposito di cambiamento, sentendoci meno isolati".